Tutto è iniziato con una candela accesa a cena
Se vieni a cena da me, trovi sempre una candela accesa. Non è una cosa da Natale, non è una cosa da occasione speciale: è che quando la fiamma parte, la stanza cambia. Le voci si abbassano un po', le persone si siedono meglio, il tempo rallenta. D'estate le porto fuori, in giardino, e succede esattamente la stessa cosa.
Sciccherie nasce da lì. Non da un'idea di business, ma da un gesto che facevo per me e per le persone a cui voglio bene.
Un kit fai da te e tanta testardaggine
Era il periodo dopo il Covid, quello in cui si usciva pochissimo. Avevo voglia di fare qualcosa con le mani e mi sono comprata un kit base per le candele. Niente di speciale: la cera, qualche stampo, tanta curiosità.
Ho imparato da sola, sbagliando. A che temperatura sciogliere, quando versare la fragranza, che cera scegliere in base allo stampo o al contenitore. Guardavo video, provavo, buttavo, riprovavo. Le prime candele erano per tutti i giorni. Poi è arrivato il Natale e ho iniziato ad apparecchiare la tavola della Vigilia, del pranzo, di Santo Stefano — e per ognuna volevo lasciare un pensiero diverso, qualcosa che facesse ricordare proprio quella giornata lì.
Quel desiderio di lasciare un ricordo tra le mani delle persone, ancora oggi, è la cosa che muove tutto quello che faccio.
Nel frattempo lavoravo in un forno. Vendevo il pane e davo una mano in laboratorio. Poi sono rimasta incinta e sono andata in maternità presto, perché quel lavoro non mi permetteva di arrivare fino alla fine. Per la prima volta avevo tempo. E quel tempo l'ho usato per studiare.
Non volevo che finisse la candela e finisse tutto
È lì che ho iniziato a farmi una domanda che non mi lasciava in pace: e dopo? Quando la candela finisce, il contenitore dove va? Nel cestino?
Non mi andava giù. Volevo un oggetto che restasse. Che una volta consumata la cera avesse ancora un senso, un posto in casa, una seconda vita.
Ho cercato, confrontato, provato materiali, e alla fine sono arrivata alla polvere di resina minerale. È una cosa diversa dalla ceramica e dal gesso: il bianco è pulitissimo, la superficie è luminosa e al tatto rimane morbida, quasi vellutata. Resiste all'acqua e all'umidità. Ed è perfetta per accogliere una candela.
I primi pezzi che ho fatto con la resina sono stati dei mini vasi e dei piattini. Li ho tenuti per me, e li uso ancora: uno all'ingresso come svuotatasche, uno in bagno per la saponetta e i profumi, uno in cucina sotto il barattolo del sale. Cose piccole, che vedi cento volte al giorno e ogni volta ti fanno piacere. Ecco, quella è l'idea di bello che ho io.
«O lo fai adesso, o non lo fai più»
A chiedermele per prima è stata mia sorella. Le voleva per casa, ma anche per il suo centro estetico: i piattini per esporre i prodotti, le candele da accendere nella sala massaggi. E le sue clienti hanno iniziato a fare domande, perché erano oggetti che nei negozi in cui giriamo tutti non si trovavano.
Poi mia sorella, gli amici, i parenti: «me ne fai uno anche a me?». E mio marito dietro, che spingeva. Avevo un bambino piccolo, tornare a lavorare voleva dire alzarsi alle quattro di mattina, e in mezzo a tutti quei dubbi mi ha detto una frase che mi è rimasta addosso: o lo fai adesso, o non lo fai più.
L'ho fatto adesso.
Perché si chiama Sciccherie
Perché a me è sempre piaciuta l'idea di dare alle persone qualcosa che gli altri non hanno.
Fin dall'inizio ho comprato stampi che non usava nessuno. Non mi piace fare le cose che fanno tutti, mi piace distinguermi — e mi piace che chi riceve un mio pezzo abbia in mano una cosa un po' sua. All'inizio è stato anche un limite: le primissime richieste che ho ricevuto ho dovuto rifiutarle, perché non avevo le forme "classiche" che tutti cercavano. Poi ho imparato che ascoltare chi ti scrive è parte del mestiere, e qualche stampo più comune l'ho comprato. Ma il criterio è rimasto lo stesso: se una cosa non mi emoziona, non entra in laboratorio.
Il tempo che non si vede
Una candela sembra una cosa semplice. Non lo è.
Solo per farne una servono almeno quattro ore. La cera va sciolta intorno ai 70 gradi, deve scendere a 60 prima di essere versata, e la fragranza va aggiunta in una finestra ancora più stretta. Poi lo stampo deve riposare in un ambiente asciutto, tra i 20 e i 22 gradi, per ore. Un grado di troppo e si crepa, il colore si macchia, la superficie non aderisce. Quando la sformi resta il segno del dito e quella candela è da buttare.
Per i contenitori in resina i tempi sono diversi, ma il lavoro non finisce quando la togli dallo stampo: la base va rifinita, gli spigoli vanno addolciti, e poi c'è il protettivo, che serve perché quell'oggetto possa reggere l'acqua, la cera, l'uso di tutti i giorni. Solo l'asciugatura porta via un'altra ora abbondante. Per un pezzo solo.
Te lo racconto non per lamentarmi — la resina è la parte che amo di più, quella in cui mi sento più libera — ma perché quando ricevi una cosa fatta a mano, quello che tieni in mano non sono le quattro ore dell'ultimo pezzo. Sono tutte le volte che prima è venuto male.
Quello di cui vado più fiera
I profuma biancheria.
Sono la cosa che mi riesce meglio e quella che mi rende più orgogliosa, perché il profumo non lo metto come lo mettono quasi tutti. C'è un passaggio in più, che ho scoperto provando e che preferisco tenere per me: è il motivo per cui i miei profuma biancheria continuano a profumare il cassetto anche dopo più di un anno.
Non lo dico io. Me lo scrivono le persone che li hanno comprati, ed è forse il complimento che mi fa più piacere ricevere.
La telefonata che non dimenticherò
Quasi tutti mi scrivono: WhatsApp, un messaggio su Instagram, un ordine online. Lei invece ha chiamato.
Ricordo che sono andata in ansia: non sapevo se fosse un call center o una cliente vera. Poi ha iniziato a parlare e mi ha fatto un sacco di complimenti per le foto e per alcuni pezzi che aveva visto. Mi ha raccontato che sua figlia era appena andata a convivere e che voleva farle un regalo. «Però un regalo vorrei farlo anche a me», mi ha detto, «perché io le candele le amo».
Per lei ho creato due candele a vortice. Per la figlia un insieme di pezzi pensati per stare bene insieme, ma anche da soli. E questa signora mi ha descritto tutto: lo stile della figlia, com'era arredata casa, i colori che avevano scelto. Io ho risposto «sì, si può fare tutto» — ed era la primissima volta che facevo una cosa del genere. L'ho realizzata due volte, per sicurezza, perché non ero certa di saperla rifare uguale. La seconda è venuta meglio. La prima ce l'ho ancora in casa.
È stata una delle mie prime spedizioni lontane: Roma. Quando le è arrivata mi ha richiamata per dirmi che erano felicissime, sua figlia compresa, e che ero stata una vera scoperta.
Io, quel giorno, saltavo a dieci metri da terra.
Cosa trovi qui
Trovi delle cose fatte da me, una alla volta, nel mio laboratorio. Trovi il bianco della resina, il profumo che resta nell'armadio, la luce di una candela accesa mentre apparecchi.
E trovi soprattutto un'idea: che le cose belle non servono solo a essere guardate. Servono a rendere un po' più tua la casa in cui vivi, e a dire qualcosa alle persone a cui pensi.
Se hai in mente qualcosa che qui non vedi — un colore, una forma, un'occasione — scrivimi. Le cose più belle che ho fatto sono nate quasi tutte così, da una chiacchierata.
Francesca